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Cure mediche nella Unione Europea

Cure nell’Unione europea: il nuovo sistema dell’assistenza sanitaria transfrontaliera

Con il D.Lgs. n. 38/2014 l’Italia ha dato attuazione alla Direttiva europea sull’assistenza sanitaria transfrontaliera (Dir. 2011/24/UE), che sancisce il diritto dei pazienti di uno Stato membro a ricevere le stesse prestazioni erogate dal proprio servizio sanitario nazionale in ogni altro Stato membro diverso da quello di origine …

Seppur con qualche ritardo, nel mese di aprile di quest’anno è entrato in vigore il D.Lgs. 38/2014, con cui è stata data attuazione alla Direttiva 2011/24/UE riguardante i diritti dei pazienti in tema di assistenza sanitaria transfrontaliera.

Grazie alla nuova normativa le “persone assicurate”[1] in uno Stato membro dell’Unione europea potranno godere in ogni altro Stato membro degli stessi diritti e delle stesse prestazioni sanitarie fornite dal proprio servizio sanitario nazionale, ad eccezione di quei servizi riguardanti: il settore dell’assistenza di lunga durata (LTC); l’assegnazione e l’accesso agli organi ai fini dei trapianti; i programmi pubblici di vaccinazione contro malattie contagiose.

Diversamente da quanto disciplinato dal Reg. 2004/883/CE riguardante le cure urgenti e programmate all’estero, il D.Lgs. 38/2014 (e quindi la Dir. 2011/24/UE) garantisce – di norma – alle “persone assicurate” un’assistenza c.d. indiretta. Infatti, i pazienti italiani che vogliono usufruire dell’assistenza sanitaria transfrontaliera dovranno anticiparne i relativi costi e, solo successivamente, potranno richiedere il rimborso al SSN presso l’ASL territorialmente competente.

Ovviamente, al fine di non determinare nuovi costi ed oneri a carico dello Stato, le spese sanitarie sostenute dai pazienti italiani in un altro Stato membro potranno essere coperte dal SSN solo in misura corrispondente alle tariffe regionali vigenti (al netto dei limiti di compartecipazione, come – ad esempio – del costo del ticket) ed il rimborso non potrà essere mai superiore al costo effettivo dell’assistenza sanitaria ricevuta.

Il rimborso del SSN potrà essere concesso soltanto se le prestazioni fornite all’estero siano comprese nei Livelli Essenziali di Assistenza – LEA[2]. Tuttavia, nella nuova normativa sono previste alcune deroghe che, di fatto, potrebbero accentuare le differenze territoriali già esistenti in tema di assistenza sanitaria. Infatti, il D.Lgs. 38/2014 prevede la possibilità per ogni regione italiana di rimborsare, con proprie risorse, gli eventuali livelli di assistenza extra-LEA e (anche per le province autonome) di coprire altre voci, quali: le spese di viaggio, di alloggio e i costi supplementari eventualmente sostenuti a causa di una o più disabilità da una persona disabile.

Per ”motivi imperativi di interesse generale” il Ministero della Salute potrà adottate con proprio Decreto [3] delle misure volte a limitare il rimborso delle prestazioni ammesse. Tali limitazioni potranno essere  destinate al territorio di una o più regioni, oppure a singole aziende o enti del SSN e potranno essere adottate anche su richiesta delle stesse regioni o delle province autonome di Trento e Bolzano.

Sebbene ogni paziente sia libero di curarsi in qualsiasi Stato membro dell’UE, il Decreto legislativo prevede alcune restrizioni ed esclusioni per il rimborso dei costi di alcune prestazioni sanitarie. Infatti, nella nuova normativa è previsto un sistema di autorizzazione preventiva (da parte dell’ASL territorialmente competente) per il rimborso dei futuri costi attinenti quelle prestazioni di assistenza sanitaria soggette (così recita la nuova normativa) ad «esigenze di pianificazione riguardanti l’obiettivo di assicurare, nel territorio nazionale, la possibilità di un accesso sufficiente e permanente ad una gamma equilibrata di cure di elevata qualità o la volontà di garantire il controllo dei costi e di evitare, per quanto possibile ogni spreco di risorse finanziarie, tecniche e umane».

Entro sessanta giorni dall’entrata in vigore del Decreto legislativo (4 giugno 2014) il Ministero della Salute avrebbe dovuto individuare le predette prestazioni da sottoporre ad autorizzazione preventiva e le modalità per l’aggiornamento delle stesse. In ogni caso (e in assenza del Decreto ministeriale attuativo) [4], l’autorizzazione dovrà essere sempre richiesta per  quelle prestazioni che comportino il ricovero del paziente per almeno una notte o necessitino dell’utilizzo di un’infrastruttura sanitaria o di apparecchiature mediche altamente specializzate e costose (comprese quelle utilizzate nella diagnostica strumentale).

Comunque sia, l’autorizzazione preventiva dovrà essere negata qualora il paziente o il pubblico potrebbero essere sottoposti ad un rischio per la sicurezza (anche in ragione degli standard e della qualità dei servizi prestati) e quando l’assistenza sanitaria in questione possa essere prestata nel territorio nazionale entro un termine giustificabile.

Per quanto riguarda i pazienti di un altro Stato membro dell’Unione europea che decidano di usufruire dei servizi sanitari italiani, il Decreto legislativo garantisce a questi ultimi (salvo i casi di interesse generale) il diritto ad accedere liberamente alle cure e, in particolare, di vedersi applicare le stesse tariffe o gli stessi onorari riservati ai pazienti nazionali in una situazione clinica comparabile.

Che siano italiani o cittadini di un altro Stato membro, i pazienti potranno sempre usufruire della consulenza del Punto di contatto nazionale [5] (o, se previsto, di quello regionale) che potrà fornire loro tutte le informazioni necessarie, nonché quelle relative ai prestatori di assistenza sanitaria, alle restrizioni, ai propri diritti ed ai rimedi extragiudiziali e/o giudiziali a cui poter ricorrere.

In quest’ultimo caso, per i danni subiti a seguito dell’assistenza sanitaria ricevuta in Italia, il paziente di un altro Stato membro avrà diritto ad esperire gli ordinari rimedi giurisdizionali previsti dall’ordinamento italiano [6]. Di converso, i danni alla salute derivanti da prestazioni sanitarie transfrontaliere di cui si siano avvalse persone assicurate in Italia non saranno «in alcun modo imputabili al Servizio sanitario nazionale, ancorché le prestazioni stesse siano state preventivamente autorizzate».

Il Decreto legislativo, inoltre, ha dato attuazione anche alla Direttiva 2012/52/UE che ha introdotto le nuove misure destinate ad agevolare il riconoscimento delle ricette mediche emesse in un altro Stato membro.

Secondo la nuova normativa, le ricette mediche rilasciate in un altro Stato membro potranno essere riconosciute anche in Italia ed i medicinali ivi prescritti (o i dispositivi medici) potranno essere dispensati solo se autorizzati al commercio nel nostro Paese. Tuttavia, secondo la nuova normativa, il medicinale prescritto o il dispositivo medico potrebbero non essere dispensati a causa del legittimo rifiuto del farmacista dovuto a ragioni etiche oppure quando sussistano fondate esigenze di tutela della salute umana, dubbi legittimi e giustificati in merito all’autenticità, il contenuto o la comprensibilità della stessa ricetta medica.

Al fine di evitare il loro mancato riconoscimento all’estero, le prescrizioni mediche rilasciate in Italia dovranno rispettare i requisiti minimi del documento allegato al Decreto legislativo (e della Dir. 2012/52/UE) e di quelli che il Ministero della Salute [7] avrebbe dovuto definire con Decreto ministeriale (sempre) entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della nuova normativa.

Ciò posto, e nonostante i ritardi neIl’attuazione delle deleghe ivi previste, la nuova normativa dovrebbe estendere nel settore sanitario i principi sanciti dall’ordinamento europeo e (salvo alcuni limiti) mettere in diretta concorrenza i diversi sistemi sanitari nazionali dei 28 Stati membri dell’Unione europea.

Queste novità, come auspicato dal Ministro della salute, potranno permettere al nostro SSN di «attrarre, in ragione della sua qualità e della sua efficienza, i pazienti degli altri Stati dell’Unione Europea, [comportando] nuove entrate finanziarie dovute al pagamento delle prestazioni erogate dalla sanità italiana».

D’altro canto, va detto che una perdita di competitività del nostro SSN potrà comportare (salvo attuazione delle misure correttive previste dallo stesso D.Lgs. 38/2014) rilevanti perdite economiche per lo Stato, il quale potrà trovarsi a sostenere inutili costi per mantenere funzionanti ed attive alcune aziende sanitarie, enti od ospedali (per esempio, quelli vicini ai confini) a causa della “fuga” dei propri pazienti in altri Stati membri.

Categorie:Agevolazioni Assistenza sanitaria

Famigliaweb

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